Il rione Prato è il più antico della città, almeno come associazione
organizzativa, se non come insediamento urbanistico. Nei vetusti incartamenti
ufficiali questa parte della città è scritta con il nome di San
Florido, ma sempre tutti l'hanno chiamata il Prato a ricordo di quando, prima
dell'allagamento nel 1200 delle mura urbiche, questa zona era un immenso prato
che dal Duomo si estendeva giù fino al Tevere. Furono, in gran parte verso
il 1300, i Marchesi di Monte Santa Maria ad inurbare questo spazio con il costruirvi
case di ragguardevole valore, tanto che la strada principale prese il nome di
"via dei Marchesi". Più tardi questo nome sarà cambiato
in "via dei Casceri", forse a ricordo dell'antica famiglia Cassoli.
Di certo è che la gente "bene" tifernate ambiva ad avere una
casa in detta via divenuta, ormai, il salotto della città. Se la prestigiosa
famiglia Vitelli come primo insediamento quando nel 1200 venne a Città
di Castello scelse la Mattonata, il suo splendore lo espresse in altre parti della
città, soprattutto nel rione Prato.
Come testimonia quella splendida dimora che è il palazzo della Cannoniera
dove lavorarono Giorgio Vasari, Cola d'Amatrice, Cristoforo Gherardi ed altri
artisti di quel tempo. I graffiti vasariani della facciata impreziosivano un "giardino
luogo di delizia, dove erano di belle sorti di frutta et ripieno di tutte quelle
cose che sogliono essere nei giardini de' gran signori". Oggi il palazzo
è uno scrigno d'arte sede di una delle più prestigiose pinacoteche
dell'Italia centrale. In via dei Casceri, come abbiamo detto, gran parte della
nobiltà tifernate aveva la propria dimora. Tra queste quella occupata dal
podestà Luchino Luchini l'Urbinate, mandato a Città di Castello
da Guidantonio Conte di Urbino e momentaneamente padrone della città. Era
il 1432 quando il podestà Luchino mise gli occhi su una donna "in
cui la sfolgorante bellezza era congiunta a costumi onestissimi" con in più
un particolare: la signora era felicemente sposata con Biagio del Pasciuto. Luchino
Luchini iniziò una serrata corte alla madonna, ma lei dura, non ci stava.
La blandì, la minacciò, ma niente da fare. Non riusciva, come si
dice, a farla sua. Profittando dell'alta carica che ricopriva, fece mettere in
galera Biagio, il marito. Lo avrebbe liberato solo a "quella condizione".
La virtuosa non solo non si arrese ma con l'aiuto dei fratelli combinò
un falso convegno amoroso. Questi abboccò e capì, prima di essere
ucciso, che anche questa volta sarebbe andato in bianco. Appena in città
si seppe della fine del podestà il popolo assalì il palazzo della
gendarmeria e gli urbinati furono fatti prigionieri. Era il 9 dicembre 1432. Questa
fu iniziò la fine del dominio di Guidantonio di Montefeltro su Città
di Castello durato 11 mesi e 9 giorni. A ricordo di questo fatto la via che attornia
il palazzo è denominata "via dell'Onestà". Nella sede
della società rionare Prato c'è una vecchia foto ingiallita con
tanti prataioli baffuti e sorridenti. È del 1892. Festeggiano una delle
loro feste tradizionali, la Maggiolata, lassù dal barone, alla Montesca.